Dall’ebbrezza collettiva per la serie A alla paura di perderla. Quanto rischia l’Atalanta
Prima era ebbrezza collettiva, oggi è pessimismo cupo: impressiona l’inversione umorale che ha colpito Bergamo nel volgere di tre settimane, scivolando dalla gioia per la serie A ritrovata dopo una sola stagione alla paura di perderla, magari ripartendo in una serie B da penalizzati. L’Atalanta precipita nuovamente nel vortice scommesse, da cui si era tirata fuori dopo il caso con la Pistoiese in Coppa Italia.
11 AGO 20

Ora però la società torna al centro dello scandalo che potrebbe ribaltare per l’ennesima volta il calcio italiano. E con la prospettiva di restare immobile nelle operazioni di mercato, fino a quando la giustizia sportiva avrà fatto il suo corso. Fine luglio è la deadline individuata dal procuratore federale Stefano Palazzi. Un cartello che potrebbe segnare la fine corsa (in caso di condanna) oppure azzopparla. Perché hai voglia a contattare giocatori: questi, fino a quando non sarà chiarito il destino nerazzurro, non muoveranno un dito. Ricordate che cosa capitò al Genoa: Enrico Preziosi prese Francesco Guidolin per la panchina, Christian Abbiati in porta ed Ezequiel Lavezzi per l’attacco. Tre numeri uno che salutarono non appena i rossoblù vennero retrocessi dalla A all’allora C1 per un tentativo di illecito. Secondo chi si occupa di vicende sportivo-giudiziarie, l’Atalanta – al momento – non rischia una punizione di queste dimensioni.
Che però la A oggi sia in pericolo è fuor di dubbio, con conseguente taglio alle ambizioni di Antonio Percassi, il primo (e finora unico) ex giocatore divenuto presidente a pieno titolo. Scordatevi Giampiero Boniperti, Gianni Rivera, Dino Zoff o Giacinto Facchetti: loro stavano dietro la scrivania per conto terzi. Percassi è qualcosa di completamente diverso, come lo era già negli anni Settanta. Non per il modo in cui interpretava il ruolo di difensore, quanto piuttosto per come pensava: quadrato in campo, creativo fuori. Lesto a finire l’allenamento per fiondarsi nel suo negozio di abbigliamento in centro a Bergamo. E altrettanto lesto a dire basta perché, ceduto al Cesena, non poteva più fare l’imprenditore come voleva.
Un imprenditore mai banale, fin dal primo passo: convince i compagni in ritiro a indossare la maglietta con un pomodoro rosso per pubblicizzare l’attività. Quando pensa, poi, pensa in grande: la catena Zara, per esempio, in Italia la porta lui. Ma senza dimenticare il calcio, Atalanta ovviamente, con immutata voglia d’innovazione. Rilancia il settore giovanile affidandolo a Mino Favini, scopritore di talenti come nessun altro. In panchina dà spazio ad allenatori che avrebbero scritto pagine importanti: due futuri ct (Marcello Lippi e Cesare Prandelli) e il tecnico più bravo a livello tattico (Guidolin). Immagina anche uno stadio mai visto, a misura di tifoso e famiglia. Ma solo il primo progetto non delude (tre nomi: Tacchinardi, Pazzini e Montolivo): la squadra retrocede, lo stadio non si vede, Percassi litiga con il socio Miro Radici e gli vende le quote. Lascia nel 1994, convinto di tornare.
Tempi lunghi, comunque, fino a giugno 2010. Ma tempi giusti: squadra retrocessa, società debole, città disamorata. Opportunità, per un presidente che punta sull’orgoglio: campagna acquisti importante, prezzi bassi per avere 16 mila abbonati, fidelizzazione del tifoso, una maglia regalata a ogni neonato. La promozione è quasi una formalità, la festa una conseguenza. Si pensa positivo, fino alle intercettazioni nate dopo Cremonese-Paganese. Il rafforzamento di Zingonia con l’ingresso del talent-scout Nasser Larguet, il rinnovato desiderio di costruire uno stadio degno con l’impresa di famiglia, l’idea di inserirsi dietro le grandi: tutto azzerato o, nelle migliori delle ipotesi, messo in stand-by. “Percassi è una garanzia”, aveva sottolineato Prandelli, uno che non spreca mai parole. Ora dovrà esserlo in mezzo alla tempesta.